Sul mio hard disk c’era un file che pesava quasi nove megabyte. Un export XML di un blog che non esiste più — 639 post dall’epoca del web 1.0, conservati per vent’anni come una scatola del tempo.
Dentro c’erano tracce di un internet ormai perduto: trilli su MSN, WinMX, catene di sant’Antonio, template di blog infernali.
Nel 2005 era il diario personale e pubblico di un quindicenne. Centinaia di commenti da parte di coetanei. Una scelta che oggi ritengo discutibile. Un guazzabuglio di sfoghi adolescenziali scritti con le abbreviazioni anni 2000, testi e traduzioni di canzoni, articoli copia-incollati mescolati a poesie e contenuti originali. Ho riletto quei post come si legge il diario di qualcun altro. Avevo dimenticato quasi tutto, eppure riconoscevo ogni parola.
In breve tempo quello stesso spazio ha cominciato a cambiare forma — un wannabe blog di tecnologia e scienza, poi altro ancora. Quello che traspare, nonostante i profondi cambiamenti, è una certa continuità: l’introspezione, la curiosità di capire come funzionano le cose, l’impulso a costruire, a condividere, a sistematizzare l’esperienza in forma scritta.
Un errore che probabilmente feci ai tempi: smettere di scrivere per me stesso per cominciare a scrivere per gli altri. Quello che mi sento di fare oggi è scrivere per me stesso come se lo scrivessi per qualcun altro. Non un palcoscenico, ma un quaderno di appunti in bella copia.
Ogni migrazione fa perdere qualcosa: commenti, layout, URL, community. Il formato muore, il contenuto sopravvive se lo possiedi davvero. Non voglio più dipendere da nessuna piattaforma.
Da qui nasce questo digital garden
Non scrivo più su una piattaforma di blogging proprietaria. ora mantengo un digital garden open source che nasce da appunti in locale.
Dentro quel database c’è qualcuno che non esiste più e qualcuno che non è mai cambiato. Sono la stessa persona.