Aggiornato a maggio 2026.
Tre scene di un racconto incompiuto.
Mentre si avvicinava all’abitazione, Julian alzò il viso e diresse lo sguardo verso la finestra, ma non scorse nulla dietro di essa. Giunto di fronte al citofono, premette con decisione il tasto. Un rumore secco e metallico avvertì il ragazzo che il cancello era stato aperto.
Doveva salire fino al quinto piano. Quante volte aveva ripetuto quella strada, quei movimenti, quei gesti? Julian si sentiva totalmente a suo agio… allora perché si sentiva tremare?
Un suono acuto distolse il giovane dai suoi pensieri: era arrivato. Davanti a sé aveva una porta blindata, ma non era una porta qualunque. Era la porta. La porta che gli veniva aperta ormai da più di sei mesi.
Senza indugiare, Julian suonò il campanello. La porta si aprì lentamente ed il ragazzo sentì una stretta allo stomaco. Dietro la porta c’era lei, lo sguardo timidamente volto verso il basso ed il candido viso parzialmente nascosto da ricci e morbidi capelli castani.
«Entra.»
L’aria era satura di umidità, e alcuni sparuti raggi stavano finalmente lacerando le nere nuvole. Julian fissava le luci tremanti, quasi sofferenti. Il vagone sfrecciava, facendo tremare le sue gambe ed ondeggiare il suo capo rivolto verso l’alto.
Non era la prima volta che Julian viaggiava su quel treno. I sedili erano firmati ovunque con un pennarello nero da un tale Shiva. Probabilmente il solito ragazzino in cerca di attenzione, pensò tra sé e sé.
Con la coda dell’occhio scorse il paesaggio in movimento all’esterno. Era quasi arrivato.
La ragazza chiuse la porta dietro di lui. Julian sentì le braccia di lei sfiorargli i fianchi e chiudersi in un abbraccio dietro di lui. Il petto stretto alla schiena di lui, la ragazza sussurrò all’orecchio di Julian:
«Mi sei mancato.»
Julian sentì un brivido, come una scossa di piacere che lo attraversò.
«Anche tu, Diane…»
La mano di Diane afferrò quella del ragazzo, e lo condusse fino alla camera. Julian sedette sul letto, quindi lei al fianco di lui, a pochi centimetri di distanza.
«Sembra passato così tanto tempo dall’ultima volta che ti ho tenuta per mano…»
Diane si avvicinò, strinse le braccia al collo di lui e lo baciò. Ogni suo bacio era bello quanto il primo, ogni singola volta suscitava in Julian quei sentimenti, quel travolgente turbinio di emozioni che lo travolsero quella sera. Poteva ancora sentire l’aria umida, l’odore dell’erba e della resina, poteva ancora scorgere le stelle in un nero cielo di ottobre. Ogni volta era un po’ come essere ancora lì distesi sulla fredda terra, scaldati dalle labbra e dall’abbraccio dell’altro.
«Ti amo…»